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In una lavanderia automatica di periferia, quelle aperte ventiquattro ore su ventiquattro ma frequentate soprattutto alle tre del mattino da anime stropicciate e studenti fuorisede e/o vedovi, era presente un oggetto straordinario lo Smackiattore. Lo Smackiattore nacque in un luogo neutro. Non in una culla, non in una fabbrica e nemmeno in un laboratorio segreto. Nacque accanto a una lavatrice che vibrava troppo. Era un flacone di detersivo. O almeno credeva di esserlo. Aveva la forma giusta, il tappo giusto, la postura da flacone onesto. Ma dentro non conteneva né lavanda, né muschio bianco, né promesse di bianco abbagliante.
Lo Smackiattore non serviva per lavare i panni.
Lo Smackiattore serviva per lenire il dolore umano.
Funzionava così: tu stavi male — fisicamente, emotivamente, spiritualmente o burocraticamente — e lui, pssht, ti spruzzava addosso una raffica di “smack” in inglese.
Non baci veri, attenzione.
Baci fonetici.
“Smack”, “kiss”, “little kiss”, “tiny peck”, “friendly smooch”, “corporate hug but with lips”.
Il dolore non spariva.
Il dolore si distraeva.
La prima volta che lo Smackiattore entrò in funzione fu per errore.Un signore con il cuore a pezzi (ma i pantaloni puliti) aveva premuto il pulsante sbagliato e invece dell’ammorbidente partì una nebulizzazione affettuosa.
Il signore smise di piangere per trenta secondi netti.
Non perché stesse meglio, ma perché si sentiva considerato.
Le prime cavie furono casuali. Una signora con il collo bloccato. Un uomo che aveva appena perso un autobus, un lavoro e la dignità in quest’ordine preciso.
Un adolescente con una frase non capita incastrata in gola.
Tutti uguali.
Tutti spruzzati.
La voce si sparse velocemente.
Arrivarono quelli con il mal di schiena cronico, quelli lasciati via messaggio vocale, quelli con il mutuo, quelli che avevano detto “tranquillo” quando non erano tranquilli e infine i possessori di partita iva.
Lo Smackiattore spruzzava su tutti con equità democratica.
A spruzzo pieno.
A spruzzo corto.
A spruzzo passivo-aggressivo.
Il problema nacque quando la gente iniziò a dipendere dallo Smackiattore.
Non lavavano più i vestiti.
Venivano solo per farsi spruzzare un po’ di conforto.
C’era chi entrava, si piazzava davanti al flacone e diceva: — “Vai, fammi un ciclo breve.”
Lo Smackiattore iniziò a stancarsi.
Perché ogni “smack” erogato era un pezzetto di tenerezza industriale che non tornava più indietro. Era levare la magia di un bacino sulla bua dato dalla mamma sulla ferita.
Una notte, alle 4:12, arrivò una bambina con il ginocchio sbucciato e una madre con gli occhi gonfi.
Lo Smackiattore spruzzò piano.
Piano piano.
Uno smack solo.
Quello buono.
Quello che non cura, ma accompagna.
E finalmente si capii il vero utilizzo.
Lo smackiattore non era stato inventato per togliere il dolore.
Ma per far passare il tempo finché qualcuno non lo facesse davvero.
Così, la mattina dopo, lo Smackiattore cambiò etichetta.
Non più “uso frequente”.
Non più “effetto immediato”.
Ma una sola scritta, piccola, storta, scritta male:
“Non sostituisce l’amore umano. Ma nel frattempo…psss”
Da quel giorno funziona ancora.
Ma solo se lo spruzzi consapevolmente.
E se dopo lo smack, provi a farne uno tutto tuo.
FINE
Morale: IL DOLORE NON SI LAVA VIA. AL MASSIMO SI TIENE A MOLLO. UN BACIO NON CURA, MA DÀ IL TEMPO DI RESPIRARE. E SE CERCHI LO SMACKIATTORE,FORSE NON SEI ANCORA PRONTO A GUARIRE DEL TUTTO?!